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Amate il cinema americano? Ecco il libro che fa per v(n)oi

Maledizione, s’è perduta la ricetta! Sembrava così facile: metti un eroe e un’eroina, dividili e riuniscili, falli innamorare-separare-ritrovare, inventa tante prove per lui, fai sparire per un po’ lei… Oppure aggiungi avventura ad avventura, agguati e cattivi, e il buono che alla fine vince… Sembra così facile fare un film appassionante, se solo si guarda al periodo classico di Hollywood. Non ce n’è uno, dico uno, che non abbia il marchio di fabbrica: scorrevole, avvincente, appassionante. Da tenere inchiodati sulla poltrona del cinema (al buio!, elemento essenziale della ricetta), fianco a fianco, il più sprovveduto degli spettatori e, insieme, il più smaliziato dei critici.
Alla ricerca della ricetta: potrebbe essere il sottotitolo del libro di Oreste De Fornari, Classici americani, che indaga con una serie di scorrevolissimi saggi sugli anni d’oro del cinema made in Hollywood. Dal 1939 al 1968, questi i termini temporali: John Ford, Raoul Walsh, Vincente Minnelli, Billy Wilder, Preston Sturges, Frank Capra e molti, molti altri.
E allora, qual è la ricetta magica? Quale il dosaggio che permette di preparare pietanze così sapide? Una giusta misura di "glamour" e "understatement", questa appare all’autore la formula vincente. Glamour, ovvero fascino; understatement, che potremmo tradurre (male) con minimizzazione. Chi ha spinto di più sul primo pedale, chi sull’altro. Ma quando è uscito il capolavoro, il che è accaduto assai spesso, la miscela ha funzionato alla perfezione. Una formula, spiega De Fornari, che «ha la pretesa di riguardare insieme la forma e il contenuto. C’erano generi più glamour (il musical) e altri più understatement (il bellico), ma i due ingredienti sono in fondo agli stessi autori, generi, film».
Autori, questa sì che è una parola sospetta. È stata appiccicata dagli europei, in particolare i francesi della Nouvelle Vague, che stravedevano per il film provenienti da Oltreoceano. Ma non c’è nessuno come chi ama i classici americani che sa quanto ambiguo sia questo termine. Chi è il vero autore di un film hollywoodiano? Quanto conta davvero il regista? E quanto invece la "macchina", gli sceneggiatori e, soprattutto, i mitici, onniponenti produttori? Domande a cui il libro cerca puntualmente di rispondere. Il regista, quando è grande, pesa, eccome: e il suo "marchio" diventa riconoscibile, pur all’interno di un sistema che garantisce praticamente a ogni prodotto un marchio di qualità "doc".
È bello ed emozionante leggere i vari capitoli costruendo un proprio personale percorso, andando prima di tutto a scovare titoli e maestri preferiti. Con una strana sensazione, che ci accompagna nello sfogliare il libro dall’inizio alla fine: quella di essere una specie di archeologo, che scava in un ricchissimo giacimento del passato.
Già, il tempo è trascorso molto, molto velocemente. Exegi monumentum aere perennius, sembrava dire Hollywood a ogni sua trionfale uscita. E invece in pochi anni tutto è diventato passato remoto. Fotogrammi che si sovrappongono, titoli che si mischiano nella nostra flebile memoria, per altro continuamente bombardata da nuovi stimoli. Quell’età dell’oro, quel mezzo secolo fantastico d’immagini rutilanti si sfilaccia e rischia di perdersi nel minestrone planetario delle immagini al cubo.
È per questo che il libro di De Fornari è un aiuto prezioso: fissa i ricordi, dà il giusto valore a produzioni dell’ingegno e della fantasia, sorrette da un perfetto apparato industriale, che è giusto preservare dall’insulto dell’oblio.
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Oreste De Fornari, Classici americani, Le Mani, Genova, pagg. 368, € 20,00