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Via dalla pazza folla: il cinema-poesia di Franco Piavoli

Ieri abbiamo ricordato Andrej Tarkovskij, le sue visioni profetiche, il suo rapporto intimo con la natura e l'acqua, il suo dolore nel vederle profanate dagli uomini. E' quasi naturale passare dal regista-poeta russo a un regista-poeta delle nostre terre, Franco Piavoli. Tutti i suoi meravigliosi film sono disponibili in dvd, dal celebre Il Pianeta azzurro al recente Terra madre, firmato da Ermanno Olmi ma che ha in Piavoli l'autore della parte più "bucolica", l'episodio dedicato alla cura dell'orto. E proprio Tarkovskij venne rapito dalle immagini del registo di Pozzolengo…

…Il ragazzino non crede ai suoi occhi. Nella bella campagna in cui fin da piccolo ha sempre scorrazzato in bicicletta, tra le dolci colline in fiore che chiudono a valle il Lago di Garda, ora ci sono i soldati. Tanti, tantissimi, vestiti di sgargianti uniformi ottecentesche… Sembra un quadro, una stampa del tempo antico che per magia ha preso vita. E infatti è davvero un quadro, un tableau vivant ricostruito da Luchino Visconti per il film Senso che, nei primi anni 50, si sta appunto girando dalle parti di Pozzolengo, a cavallo tra le province di Brescia e Verona.
Il ragazzino che guarda rapito la scena si chiama Franco Piavoli: ancora non lo sa, ma è destinato pure lui a diventare regista. Un tipo molto particolare di regista: cantore della sua terra, delle cose minime, dei soffi di vento, del canto delle cicale, dell'eterno che si nasconde e s'insinua nelle pieghe del quotidiano.
Il ragazzino è curioso. Ha da poco fatto amicizia con il figlio del maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, qualche anno più di lui, un tipo sveglio con la passione della fotografia. Si chiama, pensate un po', Ugo Mulas. Insieme tentano il colpo. <Siamo gli inviati della rivista Tempo>, hanno il becco di dire all'addetto alla sorveglianza che, stupito, squadra dall'alto in basso i due temerari con macchina fotografica a tracolla. E l'avventura sarebbe bell'e finita, con tanto di metaforica pedata sul sedere; ma il caso vuole che Luchino in persona stia passando da quelle parti. Ha sentito tutto, ha assistito divertito alla scena, ha senz'altro capito il senso vero di quel piccolo, insignificante (per gli altri) fatterello. <Tempo? Certo che abbiamo tempo. Falli entrare, lascia pure che curiosino sul set>.
Piavoli conserva religiosamente le foto in bianco e nero scattate allora. Così come, sui muri della sua meravigliosa, antica casa di campagna, a pochi passi dai luoghi scelti da Visconti, sono in mostra gli struggenti scatti che raccontano persone, fatti, vite di un luogo che per tutta la vita ha continuato a esplorare, fedele a quella missione iniziata con Mulas.
E poi c'è stato il cinema. Un cinema diverso da quello di tutti gli altri, lontano dalle macchine produttive, ansioso di cogliere l'essenza delle cose, il sussurro del mondo.

Franco Piavoli, semplicemente un poeta, un ascoltatore del mondo, un testimone dell'essere. Dopo aver visto il suo capolavoro, Il pianeta azzurro, un altro poeta del cinema, Andrej Tarkovskij, gli ha scritto poche, straordinarie parole in un italiano tanto incerto quanto affettuoso: <Il pianeta azzurro, poema, viaggio concerto su la natura, l'universo, la vita. Un'immagine diversa da quella sempre vista>.