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Una guida chiamata Tarkovskij

Una zona contaminata, dove gli uomini non possono più entrare. C'è stato un incidente nucleare, l'acqua è diventata radioattiva, il pericolo invisibile può uccidere ogni creatura. Una follia, superare le barriere di protezione. Eppure c'è qualcuno che vuole vedere, toccare, capire. E per condurlo all'interno di quel mondo perduto è a disposizione una schiera di guide speciali, gli "stalker".

Sembra la descrizione del dopo-Chernobyl, oppure una cronaca da Fukushima, fra venti o trent'anni. E invece è l'idea folgorante che sta alla base di un film di Andrej Tarkovskij. Più di un regista, praticamente un profeta: nel suo "Stalker", del 1979, sette anni prima del disastro nella centrale ucraina, Andrej aveva già pre-visto tutto.

Folgorazioni di un artista unico, nutrito della più profonda anima russa. Di Trakovskij, diversi anni fa, ebbi dal figlio (anche lui di nome Andrej) un inedito da pubblicare sul Domenicale. Lo ripropongo come dono ai lettori: avvicinarsi a Tarkovskij è avvicinarsi a un personaggio straordinario, a un artista che, 25 anni dopo la sua prematura morte, diventa sempre più grande.

 

 

di Andrej Tarkovskij
L'arte non è un modo di vivere bene, nel senso spirituale del termine. L'arte è un dovere pesante e faticoso da assolvere. Nel nostro lavoro incontriamo sempre delle difficoltà. Sempre. E sempre ci indignamo e ci adiriamo quando incontriamo queste difficoltà e non capiamo che se nella vita non ci fossero difficoltà, non ci sarebbe nessuna forma d'arte. Poiché l'arte, in fin dei conti, non è altro che il simbolo dell'aspirazione dell'uomo verso l'ideale. E, addirittura, non tanto dell'aspirazione verso l'ideale, quanto del desiderio di esprimere questa aspirazione.
Di fatto, in questa nostra vita terrena non possiamo realizzare questa aspirazione se non sotto forma d’immagine artistica, in modo figurato, metaforico. Se la vita dell'uomo fosse ideale, non sarebbe necessario tendere verso l'ideale. L'arte non avrebbe senso, non potrebbe nascere.
Ogni volta che inizio un nuovo film ho l'impressione di avere dimenticato tutto quello che sapevo fare in precedenza. Ogni volta, il nuovo film è per me molto più difficile di quello che lo ha preceduto. E questo nonostante una discreta esperienza in materia. Per me tutto questo significa una cosa sola, ossia che l'esperienza in campo artistico non ha alcun senso né alcuna importanza. Non mi riferisco a capacità, procedimenti, metodi professionali; e tuttavia, secondo me, è meglio non avere questo tipo di esperienza perché essa porta all'abitudine di utilizzare i propri metodi e, soprattutto, alla perdita del linguaggio naturale, del linguaggio vivo.
Nel nostro tempo si parla e si discute moltissimo d'arte. E ci si dà troppa importanza quando ci si occupa d'arte. Si dà molta importanza alla propria persona quando si diventa artisti. E, soprattutto, si commettono errori irrimediabili e di estrema serietà.
Poiché, in generale, un artista non appartiene a se stesso. È come un rappresentante della massa, un rappresentante del suo tempo, del suo popolo. E se ci riesce, può diventare addirittura un profeta. Ma di questo non ci si deve vantare. È ridicolo vantarsi. È tanto ridicolo quanto se ci vantassimo di avere, ad esempio, gli occhi azzurri piuttosto che grigi.
Inoltre, questo ci pone in condizioni estremamente difficili poiché ci obbliga a metterci al servizio di quello che chiamiamo l’ingegno, il talento. Dobbiamo trasformarci in servi di noi stessi. Il nostro tempo è difficile per il fatto che l'uomo ha fabbricato l'esigenza di affermare la propria personalità nel processo di sviluppo storico. L'arte ha perso il proprio ruolo naturale poiché si è messa al servizio di tutto tranne che della Verità.
Vi chiederete allora che cosa sia la Verità. La Verità è il nostro ruolo, è la funzione dell'uomo, il senso della vita. Per l'uomo la Verità è definire il senso della propria vita. Per capire come parlare, come condurre il proprio racconto, si deve prima di tutto sentire la necessità di dire qualcosa, trovare il senso della propria frase, trovare il senso delle proprie dichiarazioni.
D'altronde, cè un'intera scienza che si occupa d'arte: l'estetica. Ma anche dopo avere letto tutte le opere dedicate a questo argomento non troverete mai la risposta che cercate.
Esiste uno splendido romanzo di Hermann Hesse intitolato "Il gioco delle perle di vetro" nel quale è scritto: "Preparatevi alla battaglia", poiché per dare un significato alla propria vita è necessario combattere. Combattere, in primo luogo, con se stessi, poiché è questa la battaglia più terribile.
Qual è dunque il senso della nostra vita? Posso sbagliarmi, ma è proprio perché ho una risposta personale a questa domanda che posso lavorare. Penso che il senso della vita sia d’innalzare il proprio livello spirituale per tutto quel tempo in cui ci è dato vivere. Se riusciremo a innalzare questo livello anche di un briciolo soltanto rispetto al momento della nostra nascita, la nostra vita non sarà stata vissuta invano.
Detto questo, considero l'arte un mezzo per esprimere il senso dell'ideale, ideale dal quale io stesso mi trovo a una sufficiente distanza. In ogni caso, è proprio questa dipendenza dall'ideale che mi mantiene a un certo livello.
Al giorno d'oggi, molti sono i cosiddetti orientamenti e le correnti nel campo dell'arte. E si può affermare con certezza che se un artista dichiara di appartenere a un certo gruppo, a una certa tendenza, a un certo orientamento, questo artista si sbaglia.
Poiché l'artista, generalmente, è unico. E ci interessa proprio in quanto unico. In quanto irripetibile. Anche questo è un segno del vero artista. Per questo mi pare molto strano che, al contrario, si cerchi spesso la conferma della veridicità dell'opera d'arte in lavori teorici, nel fatto che essa appartenga a questa o quella scuola, a questo o quell'orientamento.
Per quanto riguarda direttamente il mio campo, il cinema, ritengo che sia l'unica arte capace di fissare il tempo nel senso letterale della parola. È l'unica arte che, teoricamente, può essere conservata quanto si vuole.
L'azione del "combinare", nel cinema, si chiama montaggio. Il fatto che poi, per esempio, gli attori nei film di Fellini abbiano spesso un trucco forte, estremamente teatrale, oppure nei film di Olmi non abbiano trucco, siano persone comuni, non ha alcuna importanza.
Vi sono arti che si sviluppano nel tempo. La musica, per esempio, il teatro. Ma non è questo il punto poiché una stessa opera musicale può essere rappresentata in modo diverso: oggi posso eseguirla in 2 minuti, domani in 2 minuti e 15 secondi. Ma, ancora una volta, non è questo che conta. Io parlo della matrice letterale, del tempo, che è il negativo, fotogramma dopo fotogramma.
Tutto il resto non ha la minima importanza. Se nell'opera di un regista cinematografico non c’è questo tempo, questo aspetto del tempo, o se il regista cerca di trovare altri mezzi per rappresentare l'idea della bellezza, se cerca di rappresentarla in un modo che non utilizza il tempo, l'opera d'arte è destinata all'insuccesso.
Non parlo della descrizione del tempo, come accade, per esempio, in letteratura, parlo della sensazione letterale del tempo. Se la pittura è colore, se la scultura e l'architettura sono in un qualche modo affini in quanto, per loro natura, concernono lo spazio, se la musica è pura idea, ebbene, il cinema è puro tempo.
E se diamo al cinema altri compiti, se utilizziamo nel cinema un altro materiale, commettiamo un errore e non potremo creare nulla in questo modo. Come dire, non possiamo utilizzare la musica per riscaldare l'acqua. Né, allo stesso modo, possiamo utilizzare in scultura un materiale che non è proprio alla scultura.
Quando parliamo di racconto, di modo di condurre un racconto, parliamo sempre del principio di scelta. È chiaro infatti che prima di tutto devono esserci il fine e l'idea. All'inizio fu il Verbo…
L'uomo ha un modo per opporsi all'entropia: diventare demiurgo. L'arte non è altro che la sublimazione di questa tendenza, dato che essa tende inconsciamente a esprimere l'assoluto. Quando parliamo di scelta, parliamo di quello che usiamo per esprimere il nostro pensiero, il nostro concetto principale.
Sorge così immediatamente il problema di cercare un proprio linguaggio. È il problema di ogni artista. Non si tratta tanto della ricerca di un linguaggio, quanto piuttosto del tentativo di trovare un equivalente tra l'idea che si vuole esprimere e la forma nella quale l'idea deve incarnarsi.
È questa la ricerca del linguaggio. Se si tenta di fare il contrario, ovvero se si cerca il linguaggio prima di iniziare a parlare, non si può ottenere nulla. Il bambino inizia a parlare con un suo linguaggio poiché deve esprimere i suoi sentimenti, il suo pensiero e, con la vecchiaia, il bambino può diventare un poeta o uno scrittore geniale…
In
realtà egli non fa altro che perfezionare e raffinare, continuamente e sempre più, le proprie doti linguistiche. Il fine dell’arte è quello di creare in modo infallibile, di creare quello che l'artista vuole creare. Non si può creare nel sonno, nel delirio o in preda ai narcotici. Non si può creare nulla. Si può distruggere, ma non creare.
Quando la creazione inizia dalla ricerca delle parole, diventa assurda. Se un bambino non vuole nulla, se è nato idiota, rimarrà senza linguaggio. L'arte che ha inizio da un esperimento assomiglia a un bambino che non pronuncia neppure una parola per quanto effettui movimenti complessi stranamente interessanti per noi; questo bambino rimarrà insensato, idiota.
Per questo motivo, quando mi chiedono: "Che cosa cerca?", io rispondo che non cerco nulla, mentre loro cercano i funghi nel bosco. Voglio dire che se riesco a trovare le parole giuste significa che sono riuscito in qualcosa. Non posso emettere strani suoni gridando e cercare in essi un senso.
La cosiddetta arte moderna, dopo aver rifiutato l'ideale, cerca di affermare la personalità in qualunque modo. Ma, in tutto questo non c'è nulla della giusta funzione dell'arte. Si puo' parlare di una strana occupazione destinata a persone strane che si riuniscono di sera, si svestono, si mettono in posa gli uni di fronte agli altri, spengono la luce, ricoprono le pareti bianche di velluto scuro e accendono della musica indiana…
Ne conosco di persone come queste. Ho molti conoscenti di questo tipo. Per carità,… Se a loro va bene così… Ma non capisco che cosa questo abbia a che vedere con l'arte. Poiché, lo ripeto, l'arte non è l'affermazione della personalità, ma, al contrario, il suo sacrificio.
Voi direte che l'affermazione della personalità consiste proprio in questo, certo, eppure nel XX secolo non lo capiamo. Abbiamo perso la capacità di comprendere la vocazione umana sotto forma di sacrificio.
In fin dei conti, di capolavori non ce ne sono molti o,  meglio, ce ne sono molti, ce ne sono quanti se ne vogliono. Ma il fatto è che non sono stati creati per gioco. Un capolavoro è il risultato di sofferenze. L'arte, in un qualche senso, è come il sudore sul corpo della civiltà. Un uomo lotta con un altro uomo, su di lui appare il sudore, indipendentemente dalla sua volontà. L'uomo si spaventa e, subito, nel sangue si mette in circolo l'adrenalina senza che lui lo voglia. Se non fosse cosi', l'uomo morirebbe di paura. L'adrenalina distrugge l'uomo, ma lo salva dalla paura. È qualcosa di indipendente dall'uomo.
L'arte è l'adrenalina, è il segnale che nella vita spirituale di un uomo sta accadendo qualcosa di molto importante. Per l'uomo, la nostra arte è meravigliosa, non so se lo sarebbe anche per un marziano. Certo, io non credo nel marziano sotto le spoglie di un ragno. Io credo nell'uomo.
Dal mio punto di vista, è proprio questa lotta, questa dolorosa aspirazione dell'uomo verso l'ideale, verso l'innalzamento del suo livello spirituale, è questa sofferenza che costringe l'uomo a creare delle opere d'arte nelle quali s’illude e pensa di raggiungere l'Assoluto.
Ha mostrato come vorrebbe essere, come vorrebbe pensare, come vorrebbe sentire. In tutti gli altri casi, quella che chiamiamo arte è destinata a invecchiare, a morire; è quel brodo biologico nel quale vi sono le briciole dei veri capolavori. L'arte non può esistere in uno spazio vuoto. È un concime particolare.
Quando si comincia a occuparsi d'arte e di problemi d'arte, si comincia a ragionare in termini storici e sociologici cadendo così nel più grande degli errori. Si comincia a studiare l'arte come se fosse una scienza, si prende un'opera intera, si cerca di dividerla in parti per capirla e il tutto sfugge tra le dita, come sabbia, e non ne resta più nulla.
Scomposta in parti, l'arte non può esistere. L'arte non puo' essere scomposta. L'arte è una monade, è indivisibile. Per questa ragione, a proposito del problema del linguaggio, mi sembra che le persone che iniziano a occuparsi d'arte teatrale, debbano occuparsi non tanto di storia dell'arte, quanto piuttosto di filosofia e di religione.
Intendo dire che l'arte è un campo che non si può studiare. E, se lo è, lo possono fare quelle persone che considerano freddamente questo problema, che guardano l'oggetto d'arte come un fenomeno del mondo materiale. Il che non corrisponde alla realtà poiché l'arte esprime con un linguaggio materiale dei valori spirituali.
Di fatto, nessun teorico dell'arte affronterà mai seriamente questo problema. Ci sono stati dei filosofi seri che se ne sono occupati, ma soltanto di passaggio, per argomentazioni che dovevano servire a esprimere i loro concetti.
Sono questi, più o meno, i problemi che mi pongo quando mi chiedono quale sia la mia opinione in proposito. Non mi sembra per nulla importante parlare di racconto e di linguaggio. Poiché il vero artista inventa da sé i propri attrezzi del mestiere. Non è semplicemente possibile proporre a qualcuno un linguaggio, non è semplicemente possibile proporre a qualcuno il proprio metodo.
In Occidente sento spesso parlare di Stanislavskij. Stanislavskij fu un regista teatrale geniale ma commise un errore: quello di lasciare per iscritto il cosiddetto "sistema Stanislavskij". Con questo voglio dire che ogni regista deve avere un proprio sistema, altrimenti diventerà uno Stanislavskij, una misera celebrità.
L'errore consiste nel fatto che cerchiamo di prendere il metodo Stanislavskij e di applicarlo alla nostra opera. È ridicolo e non solo: è dannoso. Non parlo solo di Stanislavskij. Parlo di qualunque metodologia, anche nel campo scientifico. Lo scienziato che compie un passo in avanti rispetto ai suoi contemporanei è lo scienziato che fa una scoperta, che crea un nuovo metodo.
In arte, qualunque sistema riveste un'enorme importanza, ma soltanto nel caso in cui sia stato inventato dall'artista stesso. Tutto il resto, non so, non capisco a che cosa serva.