Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Così parlò Akira Kurosawa

Il Giappone è nei nostri cuori, in questi tristi giorni. Il terremoto, lo tsunami, la catastrofe nucleare: la serie di terribili disgrazie che hanno colpito il paese asiatico ha commosso il mondo. Come omaggio a quel grande popolo, assoluto protagonista anche nella storia del cinema, mi piace tirare fuori dal cassetto un magnifico discorso pronunciato dal maestro Akira Kurosawa (1910-1998) alla metà degli anni 90, in occasione della consegna di un importante premio. Leggendo le sue parole, scorrono davanti ai nostri occhi le immagini di film leggendari, suoi e degli altri sommi l’hanno accompagnato prima nella formazione e poi durante la sua fenomenale carriera.
 
Così parlò Akira Kurosawa.
"Quando decido di fare un film naturalmente ho necessità di avere un testo, una sceneggiatura su cui basarmi.
Nelle mie opere sia la sceneggiatura che tutto il resto viene realizzato da me stesso. Naturalmente con l'aiuto di più collaboratori.
Come si scrive una sceneggiatura? Nel mio caso io non so scrivere sui fogli "genkoyoshi" (tipici fogli giapponesi a quadretti per scrivere in modo ordinato gli ideogrammi, n.d.t.) soprattutto perché non sono capace di far stare gli ideogrammi all'interno dei quadretti. Perciò scrivo su fogli bianchi che mi capitano sotto mano.
Quindi se devo scrivere per esempio una parolaccia: Porco! o qualcosa del genere, scrivo così in modo naturale, scandendo le parole (suddividendo gli ideogrammi). Cerco di essere sempre molto naturale in tutto quello che faccio. In qualsiasi cosa.
Quindi anche quando deve preparare un testo cerco di essere molto naturale. Per prima cosa penso al soggetto che voglio scrivere, senza preoccuparmi di quello che dovrà succedere poi nella storia. Quindi fin da principio scrivo la scena finale, senza pensare eccessivamente allo svolgimento della storia, senza pensare ai particolari, anche se naturalmente l'ossatura del racconto l'ho nella mia testa.
A esempio, se in una scena si deve vedere un fiume tortuoso, lascio adito alle varie possibilità. Oggi scrivo una versione che domani potrà essere riscritta in modo diverso, anche perché, se in questa scena compaiono personaggi "vivi", questi possono attrarre l'attenzione del racconto, e imporre più o meno prepotentemente la loro impronta che influenzerà lo svolgimento della storia in modo diverso da quello pensato.
Anche la storia si snoda lentamente attraverso le sue anse come il nostro famoso fiume di cui parlavo prima.
Molto interessante è osservare come le scene inizialmente pensate si evolvano poi naturalmente magari in modo completamente diverso. Ossia seguo una via molto naturale per la preparazione della sceneggiatura.
Naturalmente una volta preparata la sceneggiatura bisogna pensare agli attori, alle ambientazioni, alla ricerca delle zone dove effettuare le riprese, alla preparazione dei costumi eccetera. Perché la macchina da presa coglie qualsiasi immagine.
Il materiale delle riprese, poi, è immenso, perché fotografo qualsiasi cosa. A esempio se si tratta di un film sul periodo "Sengoku" (un periodo di continue guerre civili) bisogna raccogliere montagne di documentazione.
Bisogna pensare proprio a tutto, anche alla preparazione dei "fundoshi" (il pezzo di stoffa annodato in vita e in mezzo alle gambe, tipo perizoma, che ricopre le parti intime maschili) degli "Ashigaru" (soldati di bassa forza).
É poi necessario naturalmente fare molte prove e ripetizioni. Durante un dialogo tra due attori succede spesso che un attore ricordi solamente la sua parte senza sapere quella dell'altro e senza ascoltare quello che dice l'altro attore. Questa è una cosa che succede troppo spesso e non è certamente auspicabile.
Quando si riprende un film lo si fa con numerose macchine da presa per poter cogliere i vari aspetti della vicenda, ma purtroppo molti attori hanno il vizio di guardare la macchina da presa quando recitano, perdendo in immediatezza e spontaneità. Per evitare questo, si riprende a volte da lontano con lo zoom, in modo che l'attore non si renda conto di quale sia la macchina da presa che lo sta riprendendo in quel momento. Altrimenti, se la macchina da presa riprende l'attore da vicino nei particolari, l'attenzione dell'attore viene distratta dalla cinepresa.
Si passa poi alla rifinitura del film, quella che viene definita con il termine specialistico "editing". Il materiale ripreso da molteplici macchine da presa viene visionato e selezionato nelle sue sezioni migliori.
La maggior parte dei registri compie questa operazione dopo aver completamente terminato tutte le riprese, invece io man mano che riprendo del materiale lo faccio subito sviluppare e lo visiono subito insieme ai miei collaboratori. Quindi visioniamo questo materiale ripreso da più cineprese.
Anche universalmente è invalsa l'abitudine di passare all'editing dopo aver concluso completamente le riprese, invece io ritengo che questo sia un errore e che farlo a mano a mano permetta innanzitutto di ricordare meglio il lavoro fatto e dia migliori risultati. Una volta concluso l'editing si procede all'inserimento dei suoni, delle musiche, eccetera per ottenere un'opera completa.
Io desidero che i miei film siano visti con semplicità, così come sono, in modo immediato. Non con la testa ma con il cuore. I giapponesi non esprimono apertamente i propri sentimenti, ma osservano attentamente in silenzio. Alcuni stranieri, invece, a seconda dei Paesi, sono molto più espansivi. A esempio gli americani esprimono molto apertamente le proprie sensazioni, si divertono in modo plateale magari applaudendo apertamente alcune scene o saltando in piedi durante altre.
Assistere alla proiezione dei propri film in America o in Giappone è molto diverso. In America si gode della partecipazione della gente, si gode con loro che si divertono nell'assistere.
Questo è stato notato anche da altri registi giapponesi, che raccontano come durante la proiezione di un loro film il pubblico sia balzato in piedi applaudendo e chiedendo il bis. Tutto questo è molto bello per un autore. Questa fusione tra autore e pubblico che vede con il cuore il film è particolarmente bella.
Gli spettatori giapponesi sono tutti tranquilli, in qualsiasi situazione sono impassibili, non piangono nei momenti tragici, non ridono durante le scene comiche.
Ciò è comprensibile per quanto riguarda i collaboratori, lo staff che osserva con l'occhio attento alle proprie responsabilità, a seconda dei passaggi, con occhio critico senza dar adito ai sentimenti. Diversa invece è la situazione del pubblico che osserva per divertirsi, ridere o piangere quando è il caso e fornire anche agli autori un'indicazione utile sul risultato ottenuto. Gli spettatori giapponesi dovrebbero imparare un po' dagli spettatori degli altri Paesi ed essere più espansivi nei confronti delle opere cinematografiche.
Cambiando discorso, vorrei sottolineare che quello che stiamo facendo adesso è anche merito di quelli che ci hanno preceduto su questa strada. Io ci sono perché prima di me ci sono stati Mizoguchi, Ozu, Naruse, Yamanaka e tanti altri maestri che hanno fatto sì che il cinema giapponese fosse conosciuto e apprezzato nel mondo.
Però purtroppo tanti registi di grande talento hanno vissuto poco per poter mostrare tutte le loro capacità, anche se sono ugualmente apprezzati. Per esempio all'estero, in vari Paesi, sono stati organizzati dei festival dedicati a Mizoguchi, a Ozu, a Naruse eccetera, cosa che invece purtroppo non succede in Giappone, a eccezione di rari casi di riconoscimenti nazionali.
Quando mi capita di vedere dei loro film il mio pensiero non può fare a meno di riandare al loro ricordo e di formulare il desiderio di reincontrare personaggi così indimenticabili".