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Cinema muto, che passione!

Hollywood come passione di tutta una vita: Kevin Brownlow, nato in Inghilterra nel 1938, è uno dei più apprezzati storici dell’età classica del cinema. Fra i suoi beniamini Buster Keaton e Charlie Chaplin, di cui ha recuperato molti filmati inediti (disponibili in Italia grazie alla Cineteca di Bologna), e Abel Gance, autore del monumentale "Napoléon", che ha riportato allo splendore originario. Ospite fisso delle Giornate del cinema muto di Pordenone, Brownlow, che ha ricevuto lo scorso 27 febbraio l'Oscar alla carriera "per il contributo eccezionale allo stato delle arti e delle scienze del cinema", ha confidato al Sole 24 Ore come è nato e come si è sviluppato il suo amour fou per il grande schermo. (Fra i suoi libri usciti in Italia, consiglio vivamente "Hollywood", edito da Garzanti: è fuori catalogo, purtroppo, e dunque si può trovare solo in qualche libreria specializzata. È dedicato alla nascita della Mecca del cinema, contiene fotografie meravigliose, è ricchissimo di aneddoti. Insomma, è da non perdere).
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"Cominciai a interessarmi al cinema muto sessant'anni fa, a Londra, quando al massimo potevi sperare di vedere uno dei "classici", e uso la parola con le dovute cautele. Erano invariabilmente copie di pessima qualità, mostrate a velocità orribilmente lenta a un pubblico semiaddormentato. Se non mi fossi già costruito una mia collezione, avrei abbandonato ogni interesse. Fortunatamente ero entrato in contatto con il cinema muto quando ero al collegio, subito dopo la fine della guerra.
L'unica cosa buona che faceva il preside era farci vedere uno di questi film ogni tre domeniche, durante l'inverno. Non potendo permettersi un proiettore con sonoro, ci faceva vedere i film muti, noleggiati da una cineteca londinese, e sceglieva i titoli più amati dalla generazione dei miei genitori. Io adoravo Chaplin, perché la sua attrice preferita, Edna Purviance, assomigliava a mia madre. Anche Harold Lloyd mi piaceva molto. Non aveva i baffoni, che a noi bambini facevano sembrare tanto strani gli altri comici, ma portava gli occhiali come me, dunque non facevo fatica a identificarmi. E le sue imprese su una trave d'acciaio sospesa sopra una strada in Viaggio in paradiso (1921) erano da morire dal ridere.
Anni dopo vidi un film di Lloyd ancora più straordinario, il famoso Preferisco l'ascensore (1923), dove Lloyd scala un edificio e oscilla sul davanzale di una finestra con un topolino su per la gamba. Non solo faceva morire dal ridere, era anche girato meravigliosamente. E come diavolo era riuscito a fare quelle scene? Scrissi una lettera a Harold Lloyd. Non fui stupito di non ricevere risposta. La gente famosa è fatta così.
Una domenica mattina, qualche settimana dopo, ero intento a sonnecchiare nella mia stanza, a Hampstead. Sognavo che ero in America e stavo visitando la Motion Picture Home. Nella mia mente era un grande edificio rivestito in legno, e D. W. Griffith (il più famoso regista hollywoodiano) mi guidava lungo un corridoio. Faceva un gesto verso una stanza e mi diceva che lì ora viveva un grande cameraman, e lì invece un brillante montatore… Venivamo interrotti dallo squillo di un telefono all'altro capo del corridoio. L'inquadratura nella mia testa correva verso il telefono e io mi svegliavo: era il mio telefono che suonava. Ed era Harold Lloyd.
Mi disse che stava visitando Londra e che era rimasto colpito dall'entusiasmo della mia lettera, e mi invitava al Dorchester Hotel… Lloyd era amichevole e generoso, ma estremamente possessivo riguardo ai suoi film. Se li avesse ceduti al termine della sua carriera forse avrebbe conservato visibilità e sarebbe rimasto popolare come Chaplin o Buster Keaton. Ma rifiutava di farli trasmettere in televisione (e non si può biasimarlo se ci si ricorda com'era la televisione degli inizi). I collezionisti come me non riuscivano a trovare i film di Lloyd da nessuna parte. La nostra frustrazione aumentò quando Lloyd realizzò un film, Harold Lloyd's World of Comedy (1962), che includeva sequenze tratte da molti dei suoi film, dimostrando che, mentre la qualità dei suoi primi cortometraggi era variabile, i suoi lungometraggi erano qualcosa di eccezionale. Poi un amico, in America, mi offrì due di questi lungometraggi. Erano straordinari e ti toglievano il fiato quanto a gag e scene d'azione.
Ogni volta che incontro qualcuno che ha dei pregiudizi sui film muti (che dice che erano lenti, che la fotografia era brutta, che gli attori erano troppo enfatici) gli faccio vedere uno di questi film di Lloyd. Immancabilmente cambiano idea. Un'estate, Harold Lloyd e la sua nipotina Sue vennero in vacanza a Londra, e prima di cena gli feci vedere la stanza in cui tenevo la mia collezione di film. Lloyd era allarmato. «Kevin, mica avrai uno dei miei film qui dentro, vero?». Mi chiedo che cosa sarebbe successo se gli avessi detto, come avrei voluto: «Sì, e sono tra le commedie più belle che abbia mai visto». Invece lo rassicurai di no. Avevo nascosto le pizze tra i miei pigiami.
Alla fine riuscii ad andare a Hollywood, e Lloyd mi invitò a Greenacres, la colossale villa dove ancora viveva. Mi mostrò quello che considero ancora il suo capolavoro, Il fratellino (1927), e mi portò fuori a pranzo. Vedete che vita grama che ho avuto…
D. W. Griffith era morto vent'anni prima, ma c'erano ancora decine di veterani del cinema muto che vivevano da felici pensionati. Mi resi conto che potevo realizzare un altro mio sogno e incontrare Buster Keaton. Viveva nella San Fernando Valley con la moglie Eleanor: pensando alle traversie della sua carriera ero sicuro che mi sarei trovato di fronte un vecchio che viveva recluso dal mondo, con la voce tremante, e di conseguenza avevo alzato al massimo il volume del mio registratore. E invece trovai una persona appassionata, piena di energie, felicissima di rievocare le avventure della sua giovinezza. Si metteva addirittura a mimarmi le scenette, e il suo volto di pietra si scioglieva quando rideva. Non pensavo che avesse una voce tanto forte. Il risultato fu una registrazione inascoltabile, e quando realizzai un documentario sulla sua vita (Alla ricerca di Buster Keaton: A Hard Act to Follow), l'unica intervista registrata che non fummo in grado di usare fu proprio la mia. Anni dopo feci un altro film su Keaton, che parlava della sua carriera alla Metro-Goldwyn-Mayer. Mi trovavo a Pordenone, per seguire le Giornate del cinema muto, all'ora di pranzo, disperatamente alla ricerca di qualche ripresa poco conosciuta. Quasi tutti se ne erano andati quando sullo schermo comparve un filmato amatoriale di New York intorno al 1928. «Chissà come mai – mi chiesi – nonostante ci siano tantissimi turisti che vanno a New York, e molti di questi abbiano telecamere, sembra che nessuno incappi mai nella produzione di un film per strada?». Avevo appena fatto questa considerazione che la macchina da presa inquadra Keaton, in piedi all'ingresso di una stazione della metropolitana, con diverse mdp in azione e una folla enorme di curiosi che guardano. Il proprietario del filmato, un collezionista italiano di nome Camillo Moscati, mi mise a disposizione quelle preziose riprese per il mio documentario, e furono fondamentali.
I veterani della settima arte sono le persone più straordinarie che abbia mai incontrato. A Hollywood, per poterli intervistare, finsi di voler scrivere un libro. Non avevo nessuna intenzione di scrivere davvero qualcosa – troppa fatica – finché non incontrai un vecchio regista chiamato Joseph Henabery, che mi raccontò delle storie sul film di Griffith Intolerance (1916) diametralmente opposte alla storia del film che avevo letto in Inghilterra. Quella famosa carrellata, con la telecamera che fluttua sopra la città di Babilonia e scende lentamente verso le danzatrici alla Festa di Ishtar, realizzata con una mongolfiera ancorata a terra. O almeno così dicevano. Henabery, che era stato aiuto regista di Griffith, si mise a ridere all'idea. No, spiegava, l
'avevano realizzata con una grande torre di legno con ascensore, il tutto montato su un binario di quelli da miniera, e mentre si spingeva avanti l'ascensore calava a livello del terreno. Non era necessario fare cose tanto complicate nel 1916. Il pubblico si sarebbe accontentato di un semplice campo lungo statico. Ma Griffith era rimasto talmente impressionato dal grande film epico italiano Cabiria (1914), con le sue riprese effettuate con la camera car, che aveva deciso che voleva fare qualcosa di ancora più straordinario. Fu questa rivelazione che mi fece capire che alla fin fine quel libro dovevo scriverlo. Lo chiamai The Parade's Gone By (1968) e dopo 42 anni sta per essere pubblicato in italiano. Da quel libro nacque una serie televisiva sull'epoca del muto, Hollywood (1980) che feci insieme a David Gill per la Thames Television…
Hollywood spinse la Thames a realizzare una serie di presentazioni di film muti a Londra che è andata avanti per vent'anni, cominciando e finendo con il Napoléon di Abel Gance (1927). Questo film lo vidi quando andavo a scuola, in una versione in 9,5 millimetri per le proiezioni casalinghe, e ne rimasi talmente impressionato che anche in quel caso scrissi una lettera ammirata al regista. Quella volta ottenni una risposta. Era il 1954. Gance veniva a Londra e lo incontrai al National Film Theatre: mi colpì a tal punto che decisi che dovevo riportare quel film all'attenzione al grande pubblico. Ci vollero 25 anni per restaurare il film in una forma che si avvicinasse alla sua lunghezza originale (ora è lungo cinque ore e mezza). Quando Pordenone lo ha mostrato, nel 2001, organizzarono un treno a vapore per portare tutti a Udine, dove il film fu presentato con un'orchestra dal vivo che eseguiva la magnifica colonna sonora di Carl Davis. Come facevamo noi storici prima di Pordenone? Insieme al festival di Bologna, Pordenone rappresenta la data più importante nella mia agenda. Ho imparato tantissimo da questo festival e da quelli che ci partecipano. E c'è anche un legame personale: io e David Gill abbiamo vinto la prima edizione del premio Jean Mitry nel 1986.
David purtroppo è morto nel 1997, ma io e Patrick Stanbury abbiamo proseguito la tradizione della nostra società con documentari su Cecil B. De Mille, Greta Garbo e perfino Merian C. Cooper, l'uomo che fece King Kong".